Posts Tagged ‘rifugio auronzo’

Ferrata Innerkofler-Forcelle

Posted 24 ago 2010 — by Fabio
Category Montagna

Devo anche stare attento a quello che scrivo, visto che il mio più caro e affezionato lettore si premura di suggerirmi – nemmeno tanto velatamente – quali devono essere gli argomenti del mio blog. Quindi, per accontentare il mio caro e buon Ivo, ecco la mia relazione sull’uscita al Paterno con la Ferrata Innerkofler-Forcelle.
Strepitosa.
Una giornata mondiale.
La mia prima ferrata, non ho bene idea di quanto difficile visto che non ho metri di paragone, ma certamente impegnativa. Partenza alle 5.30 insieme a Renato, Patrizia e Giovanni, degli amici del campeggio che hanno avuto la gentilezza di iniziarmi a questa loro splendida passione. Parcheggiata la macchina al Rifugio Auronzo (posto straordinario, non fosse per i 20 euro di pedaggio richiesti per poter percorrere i circa 6 chilometri di strada che lo separano da Misurina) cominciamo a camminare alle 7.30 verso il rifugio Locatelli, sotto le Tre Cime di Lavaredo. Tre Cime che ogni volta sono sempre splendide: insieme al Pelmo e a Gianpietro sono uno dei miei soggetti fotografici più frequenti ma ogni volta non riesco a tirarmi indietro. L’unica differenza è che le vedo per la prima volta da un versante diverso dalla Val Fiscalina, e riesco ad ammirare il famoso Spigolo Giallo dalla migliore angolazione.
Al rifugio Locatelli indossiamo imbrago e attrezzatura da ferrata, mettendo a portata di mano caschetto, pila frontale e guantoni e partiamo per l’attacco della Ferrata XXX. Passiamo accanto alla Salsiccia di Francoforte, una singolare formazione rocciosa che – come suggerisce il nome – ricorda una salsiccia, e dopo pochi minuti ci troviamo all’imbocco della prima galleria. Casco, pila, guanti e via, per qualche centinaio di metri camminiamo dentro la roccia per il sentiero Innerkofler, una galleria dopo l’altra, attenti a non sbattere la testa, scattando qualche foto da una delle finestre panoramiche che si aprono sulle valli sottostanti, per arrivare finalmente ad uno slargo, dove tra un francese di fretta e un odore di piscio pauroso ci prepariamo ad attaccare la nostra ferrata, la mia prima ferrata vera e propria.
Bene, devo dirvi tutta la verità: la montagna per me è e rimane sempre in diagonale, non in verticale. Un diagonale impegnativo, meglio se faticoso, lungo. Un diagonale anche spinto, ma non necessariamente addossato alle rocce. Comunque ci sta una ferrata ogni tanto, specie se bella come questa, per apprezzare al meglio la montagna e godere di panorami che altrimenti non ci sarebbero concessi. Tra un passaggio in sicurezza e l’altro, un moschettone verso l’alto, uno verso il basso, arriviamo fino alla Forcella del Camoscio, 2650 metri, all’attacco della salita al Paterno. Breve pausa per rifocillarsi e poi si riparte. Declino l’invito alla vetta: per essere la mia prima esperienza sono già abbastanza contento, un po’ mi sono cagato sotto e mi aspetto entro fine giornata ancora un bel po’ di salti e passaggi ai quali dedicare la giusta attenzione, quindi ripartiamo per il sentiero attrezzato delle Forcelle, un percorso su cengie tra salti, ponticelli in legno e testimonianze della prima Guerra Mondiale. Si passa per la Forcella dei Laghi, 2550 metri, si cammina sulla cresta dei Camosci, si scende per una scala in ferro e si scattano decine di fotografie stupende.
E ancora una volta mi stupisco per la maestosità di queste montagne, per i paesaggi che si aprono davanti a noi, un panorama di vette impagabile e irripetibile; ripenso a chi su queste rocce ha combattuto e perso la vita, vedo le tracce di ponti e postazioni della prima guerra mondiale e mi tolgo il cappello, il caschetto, davanti alla memoria di chi con un’attrezzatura nemmeno lontanamente paragonabile alla mia saltava tra un masso e l’altro, schivando le pallottole dei nemici, austriaci o italiani non ha importanza.
Il percorso è veramente stupendo, le ore passano veloci e quando ci fermiamo a dopo l’ultimo tratto attrezzato che permette di superare un crepaccio per togliere imbrago e caschetto quasi non mi sembra vero: tanta è l’adrenalina, tanta l’emozione che la camminata fino al rifugio Pian di Cengia e poi il ritorno fino al punto di partenza non mi pesano affatto. Al rifugio Auronzo mi bevo in un paio di secondi una bella birra ghiacciata sotto gli occhi stupefatti della barista, non spendo 29 euro per una maglietta che mi piace e finalmente, dopo poco più di nove ore piuttosto impegnative, mi tolgo gli scarponi.
Bello, decisamente bello.
Mentre passavo da un cavo all’altro, sganciando e riagganciando un moschettone alla volta mi maledivo sottovoce per aver accettato l’invito dei miei amici di campeggio ma adesso, a mente fredda, già spero di poter presto ripartire per affrontare un’altra giornata come quella passata. Quindi, caro Ivo, datti da fare.
Le fotografie un’altra volta, oggi una sola
In alto il Cioli, tra una forcella e l’altra

La Torre di Toblin dalla Cresta dei Camosci con il rifugio Locatelli