Il ritorno in ufficio non è stato dei più entusiasmanti. La prima notizia, tra l’altro già anticipata durante le ferie, è stata quella del licenziamento di tre colleghe, causa difficile situazione economica. Avrei molte cose da scrivere a riguardo, ma mi trattengo per educazione, visto che la maggior parte sarebbero brutte parole indirizzate a chi so io. Peccato, mi dispiace veramente. In questo periodo non augurerei di rimanere senza lavoro nemmeno al mio peggior nemico, figuriamoci agli amici.
A casa però mi aspettava il mio regalo di Natale, il nuovo amplificatore a valvore Yarland M34 con le KT66.
Chiaro che il vero regalo di Natale sono stati i 15 giorni passati 24 ore su 24 a godermi mio figlio e la sua mamma, ma anchel’amplificatore ha un suo bel perché.
Gran bella serata, passata in divano con Laura e GPF ad ascoltare – con grande piacere e crescente entusiasmo – un po’ di dischi riprodotti dall’impianto finalmente completo.
Questo la catena (gli audiofili dicono così…):
- amplificatore valvolare integrato Yarland M34 (del quale, a breve, scriverò una recensione completa su un forum specifico e non su Audiografia, visto che sono sicuro che a ben pochi interesserebbe);
- lettore SACD Marantz 7002;
- diffusori LINOXCIOLI, dei quali spero prima o poi di riuscire a sapere tutte le specifiche.
I dischi ascoltati invece:
- Peter Cincotti, On the moon
- Michael Brook, Albino Alligator
- Fred Simon, Dreamhouse
- Mozart, Messa da requiem K626 (versione SACD, non chiedetemi di chi e con chi)
Bello, proprio bello. E la differenza si sente, alla grande. Per un po’ posso stare tranquillo e smetterla di spendere soldi. Però i cavi quasi quasi potrei cambiarli…
Cioli
Archive for the ‘Musica’ Category
Il mio regalo di Natale. E tanti auguri di Buon Anno nuovo a tutti quanti
Varie ed eventuali
Sono riuscito finalmente a passare qualche ora a casa. Non troppe, per carità , altrimenti va a finire che mi abituo troppo bene e mi passa la voglia di lavorare, ma non doversi alzare con la sveglia dopo quasi un mese e poter rimanere in tuta tutto il giorno mentre fuori piove, e fare solo quello che mi andava e non quello che dovevo, è stato veramente piacevole.
Intanto per Gianpietro, che mi rende straordinario ogni momento passato con lui. Mi fa impazzire quando mi parla, con tutti quei suoni incompresibili, mi sciolgo quando mi cerca con gli occhi, ruotando la testa, anche mentre mangia o quando è in braccio a Laura, e mi sorride, mi metto a piangere ancora quando rimango da solo in camera sua a guardarlo dormire. Bello, proprio bello. Sono cose molto personali, ma sono belle. Non vedrete mai foto di mio figlio su questo sito, a meno che non sia strettamente necessario (e che rimane comunque il bambino più bello degli ultimi decenni), ma questo sentire è bello, ed è piacevole condividerlo.
Ho trovato anche il tempo per guardare un bellissimo film in dvd, Il vento fa il suo giro, di Giorgio Diritti. Avevo letto qualche recensione su alcune riviste di montagna, e mi ero convinto che valesse la pena vederlo. La scorsa settimana è uscito in edicola e ho colto l’occasione al balzo. Il film è bello, narra la storia – anche se la vicenda non è realmente accaduta – di un pastore francese che decide di trasferirsi con tutta la sua famiglia in un paesino di montagna delle valli occitane del Piemonte. Tra momenti allegri e momenti tristi il film scorre via piacevolissimo, con un finale che capisci subito come sarà ma che nonostante tutto ti tiene incollato al televisore. Ci vorrebbe il mio amico Da Lio per scrivere una recensione come si deve. Io scrivo solo che il film mi è piaciuto: ci ho trovato la verità , il confronto/scontro con la realtà di tutti i giorni, e forse è capitato in un momento adatto. Guardatelo tutti, ne vale veramente la pena.
Così come vale veramente la pena di fare un salto a casa Cioli per ascoltare i nuovi diffusori hand-made by Lino. Belli da vedere, e splendidi da sentire. Nel fine settimana a casa sono finalmente riuscito a trovare anche il tempo di fare le prove come si deve. Lasciata la famiglia in visita a parenti, spente tutte le luci ad eccezione dell’albero di Natale, fatta la necessaria selezione di dischi adatti allo scopo, ho alzato il volume, chiuso gli occhi e aperte bene le orecchie. Vuoi vedere che mi tocca comprare anche il valvolare?
In alto i cuori
Cioli
Mi piace – Non mi piace
Ieri sera in treno leggevo Suono, bella rivista dedicata al mondo dell’Hi-Fi e della musica in generale. Ho trovato un articolo su Allevi, Bartoli, Devia e Ganassi e finalmente ho trovato qualcuno che la pensa come me, tale Pietro Acquafredda.
Ecco cosa scrive su Allevi: “La nostra impressione, senza mezzi termini, è che Giovanni Allevi non sia un compositore, non lo sia per nessuna ragione; mentre non abbiamo potuto capire, per caso, sia almeno un pianista. Per noi non è nemmeno un pianista… Suona della canzonette di nessuna presa, melense, ripetitive, per adolescenti in crisi d’identità … Non parliamo poi della spocchia che mette quando parla di sé come direttore, che non abbiamo avuto la fortuna/sfortuna di provare”. Ho saltato alcune parti, ma il senso è chiaro, e lo condivido in pieno.
Che poi io come pianista non valga un cazzo, è un altro discorso, e se sapessi suonare la metà di come suona Allevi già sarebbe una manna dal cielo. Però Allevi non mi piace. E non piace più come una volta nemmeno Bollani, quando si mette a fare troppo il fanfarone. Mi fa impazzire quando suona serio, e quando dimostra che con la tastiera può fare veramente qualsiasi cosa, ma a volta mi pare superi un po’ i limiti. Non mi piace più come una volta Capossela. Lo adoravo, ho sentito il suo primo concerto 13-14 anni fa, a farla grande saremmo stati in venti, ed è stato veramente notevole. Poi con il tempo si è un po’ sputtanato. Ma questo è solo il mio parere. Aspetto di ascoltare il suo ultimo disco, che a differenza degli altri non ho comprato. Spero di potermi ricredere.
Non mi piace Facebook. Non ci sono su Facecook, e trovo stupido dire a tutti cosa sto facendo in qualsiasi momento della giornata. Signori, sto cagando. Adesso mi metto le dita nel naso. Aspetta aspetta, ho fatto una puzzetta. Oggi sono triste, ma tra pochi minuti sarò allegro. Vuoi vedere le mie foto? Vuoi essere mio amico? Vuoi condividere con me questa esperienza? Ma vaffanculo. Tremate gente, tra poco sarà più di moda non esserci, su Facebook, o forse essere da qualche altra parte…
In alto i cuori
Cioli
Venerdì-sabato-domenicA
Gran bel concerto venerdì sera a Conegliano, al Teatro Accademia, di Tuck & Patti. Conservavo scarsi ricordi, tutto sommato gradevoli, di distratti ascolti di due o tre dischi dei loro che la scorsa settimana, dopo aver comprato i biglietti, non sono riuscito a ritrovare tra i miei. Sapevo comunque a cosa andavo incontro, e grande è stata la soddisfazione a fine serata. Lei, Patti, è una donnona di colore con lunghi capelli neri e ricci separati da una riga centrale e con una voce straordinaria. Lui, Tuck, è un omino bianco con lunghi capelli simil-bianco e ricci separati da una riga centrale in grado di fare con la chitarra cose che voi umani non potete nemmeno immaginare. Il concerto parte benino, non mi entusiama. Un pezzo dal disco nuovo, un altro pezzo famoso intitolato My romance dal loro primo (credo) disco e ancora un paio dove più della chitarra di Tuck è la voce di Patti a farla da padrona. Poi lui esce di scena e lascia sua moglie, la donnona, a cantare-improvvisare un blues che racconta di scarpe e piedi scalzi con la sola voce. Dove cavolo trovi la capacità di saltare da un’ottava all’altra come se nulla fosse resta un mistero. La voce è calda, perfettamente calibrata. Mi piace. E da questo momento il concerto migliora ogni minuto. Tocca a Tuck, che per venti minuti suona da solo facendo numeri strepitosi. Il commento del Guzzo è il più calzante: Che in culo…. Che in culo sì, perché è incredibile la facilità con cui controlla la strumento, senza mai dare l’impressione di essere in difficoltà : è tutto semplice, tutto naturale, e tutto sempre con il sorriso sulle labbra. Grande musica, senza dubbio. Poi rientra il scena Patti, guarda il suo uomo soddisfatta e lo presenta al pubblico con un “My housband…” che dice tutto. Continuano insieme per un bel pezzo ancora, ci fanno cantare Time after time e alla fine, dopo un bel bis piuttosto lungo, sono quasi due ore di ottima musica. Bene. Bravi.
Bel film al cinema sabato sera: Il matrimonio è un affare di famiglia, di Cherie Nowlan con Brenda Blethyn, Khan Chittenden, Emma Booth, Frankie J. Holden (ho copiato da google). Bella storia, risate dolci-amare come spesso capita per i film che riscuotono successo al Sundance Film Festival ma almeno con un lieto fine come piace a me.
Basta, non sono un cineasta. Meglio parlare di cibo. Non andate a mangiare da Brun a Refrontolo, località Rolle. Andate per berci un caffè e gustarvi la vista dalla terrazza panoramica, ma non mangiateci. Una buona bistecca ve la potete fare anche a casa, e 24 euro per una costata sono effettivamente tanti. Specie pensando che avevamo ordinato il pollo, e che per sentirci dire che era terminato abbiamo dovuto aspettare quasi quaranta minuti per poi riordinare altra carne – costata compresa – e aspettare altri quaranta minuti. Ok, il vino era buono, ma quasi due litri in due (le donne non bevono, almeno per il momento) per ingannare l’attesa rischiano di avere anche un effetto deleterio.
Signori, questo è tutto. Vado a casa e poi a roccia.
Vera, lo sai che il Guzzo non è grasso, sono le scarpette da arrampicata che lo ingrossano.
E intanto Ivo è in India.
BaCioli
Fibonacci tuoi
Category Musica
Serata intellettuale non prevista.
Mi chiama Mauro per invitare me e Laura ad un concerto del trio canadese Fibonacci – pianoforte, violino e violoncello. Spinto da eccessivo zelo compro anche i biglietti in prevendita per ritrovarmi poi, ieri sera, in una sala gremita da ben 38 persone compresi Mauro, Paola, il sottoscritto, Laura, due tecnici del suono e i tre musicisti.
Il programma della serata, presentato da Roberto Rusconi, che scopro essere un compositore, prevede l’esecuzione di:
- Piano Trio (1971) di Johathan Harvey
- Fibonacci’ Dream (2007) di Roberto Rusconi (Prima mondiale assoluta… che culo)
- Portrait parle (2005) di Ana Slkolovic
- Piano Trio No. 2, op. 87 di Johannes Brahms
Ci sarebbe anche un quinto brano che, immagino per questioni di tempo, decidono di non eseguire.
Ci aspettavamo, non avendo letto nulla a riguardo e non sapendo all’interno di quale rassegna si collocava la serata, di assistere ad un concerto di musica classica o, nella migliore delle ipotesi, di musica jazz. Niente da fare, serata di musica classica contemporanea.
Piccola precisazione. Sono laureato in musicologia, e sebbene non sia certo la fonte più attendibile ed autorevole e la mia frequentazione con il mondo della musica colta sia ormai pari a zero virgola qualcosa, la musica classica contemporanea mi fa cagare. Perchè – solo per fare uno dei tanti esempi possibili – per ascoltare musica devo concentrarmi d’individuare nell’andamento ritmico e/o armonico e/o melodico la ricorrenza della sequenza di Fibonacci (probabilmente nota ai più per la lettura del Codice da Vinci che non per una reale competenza matematica)? Perchè devo ascoltare musica che urta i miei sensi, invece di solleticarli e accarezzarli? Mi dispiace per Rusconi, la sua introduzione è stata stupenda e chiara dimostrazione di un uomo intelligente innamorato del suo lavoro, ma questo tipo di musica non mi piace, non mi piaceva all’università , non mi piacerà mai.
I discorsi tra me e Mauro, rigorosamente sottovoce, erano sul tono di: “Ma se ascolti bene c’è un suo perchè. Sì, perchè prima o poi finirà “, oppure “Ha un suo perchè. Sì, ma perchè?”, e ancora “Tu che sei musicologo, il walzer è quello con i wurstell?”
Non ce la facevamo più, e per fortuna che l’ultimo brano eseguito è stato quello di Brahms, decisamente più tradizionale e comprensibile e veramente bello. ULTIMO UN CAZZO. Rusconi ha richiamato i musicisti e li ha pregati di eseguire anche il quinto brano precedentemente eliminato dal programma (Piano Trio (2000) di James Clarke) per farci così concludere al meglio la serata.
Almeno poi ci siamo gustati una buona pizza, alla faccia dei Fibonacci.
Ed un evviva per Matteo e per il Guzzo, che pur non sapendo sono stati in grado di evitare.
Fabio
Umbria Jazz 2007
Dopo quasi un decennio di promesse mai mantenute e di rimpianti d’agosto per non essere stati lì, finalmente ci siamo concessi un fine settimana tra le note di Umbria Jazz ed i suoi mostri sacri. George Benson, Al Jarreau, Dionne Warwick e Henry Salvador i nostri appuntamenti in arena. Un’esibizione sotto tono quella di George Benson e definirei piatta anche la serata di Dionne Warwick forse perchè pagavo l’effetto sorpresa avendola già ascoltata una settimana prima. Su Al Jarreau non si può dire nulla; il solito bambino che straripa di entusiasmo e di spontaneità nel suo modo libero di cantare e di reinterpretare tutti gli strumenti sul palco. Di lui ogni parte del corpo si muove: quando incarna il contrabbasso si fa grande, tende tutte le gambe e si alza inarcando al schiena. Nei panni della chitarra piega il braccio e vi scorre la mano sinistra articolando le dita come se stesse veramente suonando le corde. Le sue di corde sanno trasformarsi incredibilmente  in una batteria dove ogni respiro affannato è un colpo di spazzola, una bacchetta sui piatti! Formidabile. George Benson passa in secondo piano ma la serata rimane comuque nei pensieri anche per gli incontri in gradinata. D., chitarrista jazz affetto dal morbo di Parkinson è lì con noi. Prima dell’inizio del concerto ci racconta del suo male e di come miracolosamente riesca a sconfiggerlo quando impugna una chitarra.
La serata successiva ci aspettano Dionne Warwicke e Henry Salvador. La prima delude le aspettative: brava ma gelida. La sua musica sembra manchi di qualcosa, i fiati certamente ma anche una forma di trasporto che forse negli anni ha lasciato alle spalle. Non altrettanto si può dire di Henry Salvador, l’elegante Henry Salvador, l’eclettico Henry Salvador, il chanteur Henry Salvador. Henry Salvador da pelle d’oca quando canta Jardin D’hiver. A 90 anni, una voce intonatissima, vellutata. Indimenticabile la mano in tasca, il calice di vino rosso sorseggiato durante il concerto, il doppio petto blu, il cappello bianco e la felicità nel cantare che irrompe ad ogni sua risata. Altri tempi. altra scuola. Altra passione. La sorpresa e la voglia di suonare ritornano nello spirito quando piombati tr ail fiume di gente della via principale di Perugia scopriamo i Funkallisto e più in là altri concerti soul, blues.
Tutto indimenticabile anche grazie a degli amici che condividono con te la passione per la musica e con cui è davvero fantastico trascorrere delle esperienze come queste insieme.
Matteo
Ubi Jazz
Category Musica
Primo concerto come collaboratore dell’Ubi Jazz, storica rassegna di musica jazz del miranese giunta quest’anno alla sua settima edizione. In realtà sarebbe il secondo, ma possiamo tranquillamente sorvolare sul concerto di martedì in piazza a Martellago, credo che nessuno me ne vorrà .
Giovedì sera hanno cantato e suonato nel cortile di Villa Errera a Mirano Patrizia Laquidara e Debora Petrina. La Laquidara ha una voce disarmante da quanto è bella. Viene voglia di salire sul palco ed abbracciarla per poterla ringraziare degnamente. Se poi ci aggiungiamo che è pure molto bella, allora sul palco bisognerebbe salire veramente. Ma non si può, quindi sono rimasto tranquillo ad ascoltare e a fotografare. Repertorio di musica popolare ri-arrangiato e ben suonato da Debora al pianoforte con piacevoli contrappunti e doppie voci nei momenti più appropriati. Piacevoli anche gli interventi della fisarmonicista americana (ahimè non ricordo il nome).
Bel concerto, bella serata. Complimenti
Fabio