Qualche settimana fa ascoltavo, come mio solito, Radio 2, la trasmissione del mattino, Il ruggito del coniglio. I conduttori hanno lanciato una bella iniziativa, invitando gli ascoltatori a scrivere una mail con le dieci righe più belle, a loro parere, di un libro letto. Ci ho pensato anch’io, e non ho avuto dubbi. Di seguito posto le mie dieci righe, magari potreste anche voi inviare le vostre.
In alto i cuori
Cioli
“Qui caliamo il sipario, la penultima volta. Ma mentre scende frusciano, gettiamo in spirito, insieme con Hans Castorp rimasto lassù in alto, uno sguardo in un umido camposanto laggiù, lontano, in pianura, dove una sciabola balena e s’inchina, e ascoltiamo lo scatto di un comando e gli esaltanti onori di tre salve di fucileria che tuonano sopra la tomba, scavata in un groviglio di radici, del soldato Joachim Ziemssen”.
Thomas Mass, La montagna incantata
Finalmente ho passato un fine settimana come si deve, riuscendo a dedicare il tempo necessario a tutte quelle cose che normalmente non riesco a fare.
Per cominciare, ho dedicato il sabato mattina alla famiglia, andando a passeggio, facendo due spese e due chiacchere con qualche amico/a e conoscenti incontrati per strada e poi 5 chilometri di corsa prima di pranzo. Pomeriggio di nuovo a passeggio per Mestre da padre single – mentre Laura era impegnata con sua sorella e sua mamma – con Gianpietro, Ivo e Guzzo e cena in compagnia a casa Cioli.
Domenica mattina sveglia all’alba per andare con Guzzo a camminare in montagna. Erano passati mesi dall’ultima volta e avevo un bisogno quasi fisico di prendere un po’ d’aria buona, di stare qualche ora in mezzo ad un bosco, di camminare con calma, senza fretta, in silenzio e godermi tutta questa meraviglia (“un cuore colmo di gioia”…).
Decidiamo di raggiungere Casera Ditta, in Val Mesaz, una facile passeggiata che in poco più di un’ora e un quarto ci permette di raggiungere la nostra meta e goderci una buona birra fresca seduti sulle panche esterne del rifugio.
Si parte da La Pineda, 774 metri, facilmente raggiungibile dopo la diga del Vajont imboccando una strada sulla destra che corre sulla frana del monte Toc. Si segue il sentiero 905, prima per strada bianca, poi dentro il bosco facendo attenzione a non perdere la deviazione, comunque ben segnata, sulla sinistra. Il sentiero è semplice, eccezion fatta per alcuni brevi tratti ghiacciati che richiedono un po’ di attenzione e che a volte ci fanno sembrare due bradipi imbranati. Ma poco male, siamo in montagna per divertirci e rilassarci, non per fare gare o dimostrare qualcosa. Dimostrare qualcosa a chi poi, visto che all’andata non incontriamo nessuno ad esclusione di Adriano, un omone dalla faccia burbera che in canottiera e piccozza ci da dentro per liberare il sentiero dal ghiaccio nei tratti più esposti. Gli chiedo se si arriva tranquilli e lui fuga ogni possibile dubbio: “Adesso sì”. E così si spiegano le due vanghe e la mazzetta incontrate lungo il percorso, sempre prima dei tratti più impegnativi. Scopro poi che questo Adriano è Adriano Roncali, il gestore del rifugio, scrittore, autore del libro Gli orsi della Val Mesatz. Scoperta interessante, magari prima o poi lo comprerò e lo leggerò. Il paragone con Mauro Corona è quasi scontato, a partire dall’abbigliamento per arrivare fino alla “zona di competenza”, ma sono sicuro che ognuno dei due avrà le sue storie da raccontare, e ognuno lo farà im modo personale.
Ritorniamo a La Pineda per lo stesso percorso, fermandoci a mangiare pane e salame seduti sulle roccie di un torrente che attraversa il sentiero. Una volta in strada facciamo un’altra sosta per la seconda birra, e un’altra ancora per guardare i climbers che con una disinvoltura quasi fastidiosa arrampicano sulle vie di roccia dopo il Vaiont.
Una volta a Spinea ancora a passeggio con Gianpietro, per portarlo sul dondolo e sugli aerei, e ritornare finalmente a casa ad ascoltare un po’ di musica e continuare a leggere il librone del momento, Pace e destino, di Vasily Grossman.
Se poi il Guzzo mi manda le foto ve le faccio anche vedere.
In alto i cuori
Cioli
Sono riuscito finalmente a passare qualche ora a casa. Non troppe, per carità , altrimenti va a finire che mi abituo troppo bene e mi passa la voglia di lavorare, ma non doversi alzare con la sveglia dopo quasi un mese e poter rimanere in tuta tutto il giorno mentre fuori piove, e fare solo quello che mi andava e non quello che dovevo, è stato veramente piacevole.
Intanto per Gianpietro, che mi rende straordinario ogni momento passato con lui. Mi fa impazzire quando mi parla, con tutti quei suoni incompresibili, mi sciolgo quando mi cerca con gli occhi, ruotando la testa, anche mentre mangia o quando è in braccio a Laura, e mi sorride, mi metto a piangere ancora quando rimango da solo in camera sua a guardarlo dormire. Bello, proprio bello. Sono cose molto personali, ma sono belle. Non vedrete mai foto di mio figlio su questo sito, a meno che non sia strettamente necessario (e che rimane comunque il bambino più bello degli ultimi decenni), ma questo sentire è bello, ed è piacevole condividerlo.
Ho trovato anche il tempo per guardare un bellissimo film in dvd, Il vento fa il suo giro, di Giorgio Diritti. Avevo letto qualche recensione su alcune riviste di montagna, e mi ero convinto che valesse la pena vederlo. La scorsa settimana è uscito in edicola e ho colto l’occasione al balzo. Il film è bello, narra la storia – anche se la vicenda non è realmente accaduta – di un pastore francese che decide di trasferirsi con tutta la sua famiglia in un paesino di montagna delle valli occitane del Piemonte. Tra momenti allegri e momenti tristi il film scorre via piacevolissimo, con un finale che capisci subito come sarà ma che nonostante tutto ti tiene incollato al televisore. Ci vorrebbe il mio amico Da Lio per scrivere una recensione come si deve. Io scrivo solo che il film mi è piaciuto: ci ho trovato la verità , il confronto/scontro con la realtà di tutti i giorni, e forse è capitato in un momento adatto. Guardatelo tutti, ne vale veramente la pena.
Così come vale veramente la pena di fare un salto a casa Cioli per ascoltare i nuovi diffusori hand-made by Lino. Belli da vedere, e splendidi da sentire. Nel fine settimana a casa sono finalmente riuscito a trovare anche il tempo di fare le prove come si deve. Lasciata la famiglia in visita a parenti, spente tutte le luci ad eccezione dell’albero di Natale, fatta la necessaria selezione di dischi adatti allo scopo, ho alzato il volume, chiuso gli occhi e aperte bene le orecchie. Vuoi vedere che mi tocca comprare anche il valvolare?
In alto i cuori
Cioli
Posted 09 ott 2008 — by Fabio
Category Montagna
Sono talmente incasinato con il lavoro, e così piacevolmente incasinato a casa con Gianpietro, che mi accorgo solo ora di quanto tempo è passato dall’ultima volta che ho scritto qualcosa nelle pagine di questo sito.
Uno spunto me l’ha fornito ieri sera La rivista, pubblicazione bimensile del CAI (quello vero, il Club Alpino Italiano, che nulla ha da spartire con la nuova Compagnia Aerea Italiana), con un articolo nella sezione Etnografia dedicato a Colcervèr, un piccolissimo paese a 1200 metri sopra Pralongo, in Val Zoldana.
Sono particolarmente legato a queste zone, a Pralongo e Colcervèr. I miei primi ricordi di “montanaro” (che parola grossa, specie per me) trovano nella valle di Zoldo un punto fisso, una partenza. E ancora oggi, tutti gli anni, almeno una volta, sento la necessità di tornarci. Sento il bisogno quasi fisico di rivedere quelle montagne che ormai conosco quasi a memoria ma che sempre mi stupiscono con nuovi paesaggi, con nuove sensazioni. San Sebastiano, Tamer, Spiz di Mezzodì, Sfornioi, Bosconero: nomi che quasi mi commuovono, e che comunque al solo sentire mi fanno passare tanti pensieri spiacevoli.
L’articolo è semplice, scritto bene, e descrive con passione il paese che conosco a memoria in ogni suo piccolo particolare. Conosco anche le persone che cita, ed è bello sapere che altri, come me, sentono la necessità di ritornare a volta nei luoghi cari, anche solo per scattare un paio di fotografie. Anche solo, come faccio io, per sedersi su una panchina sotto il sole e rimanere in silenzio a guardare tutto quello che li circonda. E stare bene.
Sempre nella stessa rivista ho letto una frase di Oskar Erich Meyer che mi piace riportare:
“Va in un gruppo delle Alpi che sia solitario. Dove sei solo con te stesso cosicchè impari il linguaggio dei monti. Finché diventi come un albero nel bosco, un’erba sul prato, una roccia viva sulla cresta. Non più spettatore estraneo che parli altra lingua, ma un membro della grande natura come gli alberi, le rocce e l’erba…”
In alto i cuori
Cioli
Sono tornato a casa dalla montagna da poche ore. Da solo: Laura e Gianpietro sono rimasti al fresco, a godersi ancora qualche giorno di riposo e serenità tra montagne e boschi. Domani ritornerò in ufficio, con le solite mile cose da fare e i soiti mille progetti: buona cosa, la testa non deve mai stare ferma.
Tra le varie cose da fare una la sto facendo in questo momento: pulizia del viso, una bella maschera facciale. Ho passato le ultime tre settimane a mangiare come un maiale e a bere birra e vino come se piovessero. Fortuna che tutto i giorni mi sono fatto diverse ore di camminata, altrimenti oltre al viso adesso dovrei pulire tutta la ciccia in più accumulata sulla pancia. Quindi adesso scrivo senza occhiali con uno strato di crema Nivea “qualcosa pulente” spalmato sulla faccia nell’attesa che questo “qualcosa pulente” si asciughi e formi una pellicola che poi staccandosi porterà via tutte le impurità brutte e cattive che deturpano il mio dolce bel viso.
Sarà forse fatica sprecata, visto che questa sera ho già fissato l’appuntamento aperitivo post-corsa con Cristiano e che fino a giovedì sera, ultima notte di follia solitaria, ogni occasione sarà buona per fare baldoria in compagnia. Da venerdì riprenderanno poi le baldorie con Laura. E con mio figlio.
Delle giornate passate in mezzo ai boschi e tra le rocce a camminare magari scriverò in seguito. O magari no. Però devo segnalarvi un ottimo ristorante a Forno di Zoldo, LOCANDA AI LALI, dove ho cenato qualche sera fa. Ambiente piacevole, solo cinque tavoli in un’atmosfera tipicamente montana. Zuppa di patate come primo (per solidarietà con Laura che allatta non prendo quella con le cipolle e i porri, anche se la curiosità mi è rimasta), e braciola affumicata con crauti e patate di secondo. Va bene che a sentirla così pare la cosa più pesante e teutonica del mondo, ma posso assicurarvi che la braciola in questione è in assoluto la più deliziosa che abbia mai mangiato fino ad oggi. E vi garantisco che di carne ne ho mangiata in quantità . Ottima anche la tagliata di Laura, così come ottimi sembrano essere i dolci – tutti rigorosamente fatti in casa – che però per creanza non assaggio, visto che a casa ci aspettando quelli comprati in pasticceria a Pecol. Vino per me, birra per chi allatta, e via: giusto il prezzo, come spesso accade nei posti dove mangi bene e dove quello che più conta è il cibo e non tutti gli aspetti di contorno. Ho chiesto un biglietto da visita al proprietario: mi ha scritto il numero del suo celulare su un foglio a quadretti del blocco per le comande. Non lo riporto per rispettare la sua privacy, ma anche questo è singolare e la dice lunga sulla bontà del locale che vi consiglio di cuore.
E a proposito di cuore, in alto i cuori, la crema si è seccata, sento la pelle del naso tirare: vado a spellarmi e a prepararmi per la corsa serale.
Bacioli
Che le cose ultimamente siano cambiate era evidente. Evidente era anche il fatto che a cambiare fossero state anche le priorità , i bisogni, le intenzioni. Ma la consapevolezza dell’evidenza – evidentemente – ancora non c’era.
E’ bastato però andare in montagna una sola volta seriamente per capirlo.
A buon rendere per il Tipo Ivo, amico e ottimo compagno di “ripidi ghiaioni”, per tutto quanto. Anche se ho come il sospetto che qualche cosa dovrò pagare.
In alto i cuori
“Asiago, 23 dic. 1998
Caro Ferraccioli,
sono contento ci averle fatto un po’ di compagnia con i miei libri e dalla sua fidanzata si faccia regalare a Capodanno il… mio ultimo libro i Sentieri sotto la neve.
Come segnalibro le mando una foto (non per presunzione ma perché un amico tipografo una decina di anni fa me ne stampò a centinaia e sono ancora qui per i cassetti).
Le auguro un sereno Natale e un salubre 1999.
Mario Rigoni Stern”
Tra le pagine di Sentieri sotto la neve, con la dedica del “vecchio sergente” che il buon Lucio mi fece fare grazie all’intermediazione di suo nonno, conservo ancora una lettera che Rigoni Stern mi spedì alla fine del 1998. Gli scrissi perché risentito da quanto letto nell’introduzione di uno dei suoi libri: “dedico questo libro ai vecchi con ancora vogliono ricordare e ai giovani che così poco tempo dedicano alla lettura” (più o meno, cito a memoria e potrei sbagliare). Ricordo di avergli scritto che no, non mi sentivo parte di quei giovani, e allora – come oggi – leggere un buon libro era uno dei miei passatempi preferiti. Evidentemente la mia lettera non colpì nel segno, ma la sua risposta rimane per me memorabile: intanto perché reale, scritta a mano, ma soprattutto per quella leggera noncuranza che mi sembra farla da padrona e che ben descrive il carattere dell’uomo Rigoni Stern.
Ho letto quasi tutti i suoi libri. In libreria un cubo di spazio è dedicato ai suoi volumi Einaudi, anche se ad un certo punto ho deciso di non continuare perché mi dava l’impressione di leggere cose sempre troppo uguali, ripetitive, ma non per questo scadenti. Non me ne vorrà il vecchio sergente, a modo mio ho trovato in lui uno dei miei miti giovanili, una passione letteraria sbocciata, coltivata e messa in un angolino nel momento più alto dell’innamoramento: così è rimasto tuttoLes casino en ligne inclus dans notre liste offrent d’excellentes primes et un niveau de fiabilité qui vous permet de jouer en toute sécurité. più bello, non ho sciupato niente e ho solo bei ricordi. Il sergente nella neve rimane uno dei libri che più mi ha segnato, l’ho letto e riletto e ancora mi vengono i brividi se solo ripenso a tutto quello che lui e milioni di altri uomini hanno dovuto passare per la follia di pochi. Ricordo di aver divorato La storia di Tonle e Le stagioni di Giacomo e di non aver saltato una sola riga di tutti i racconti così pieni di montagna, animali, natura, semplicità , umanità .
Questa sera ho ripreso in mano tutti i suoi libri, uno alla volta. E mi sono accorto che alla fine anche a questi devo qualcosa per come sono oggi. Spero solo che adesso – per il rispetto che Rigoni Stern merita, e per il modo stesso in cui se n’è andato – i suoi libri non escano in edicola uno ad uno in abbinata con tutti i quotidiani. Anche se forse alla fine ne potrebbe essere contento: qualcuno potrebbe ricordare, e a qualche giovane potrebbe venire la buona idea dedicare un po’ del suo tempo alla lettura.
Cioli
Posted 14 apr 2008 — by Fabio
Category Montagna
“I fratelli Luigi, Sante e Giovanni Luciani, originari di Canale d’Agordo (Belluno), si sono trasferiti a Pedavena, dove c’era abbondanza di acqua di buona qualità e, nel 1896, hanno iniziato la costruzione di un nuovo stabilimento. Già nel 1897 la fabbrica di Pedavena iniziò la produzione, ma ci volle un decennio per portarla ad una capacità annua di 10.000 hl (…)
Da 700 anni la birra è un piacere sano e naturale, soprattutto quando può vantare materie prime genuine e selezionate. (…) Non a caso, i fondatori della Pedavena scelsero, fra tantissimi, proprio il paesino ai piedi del grande Monte Avena: salubre, ricco di pure acque sorgive (…)”
Per la cronaca: prima di fermarci alla Birreria Pedavena io e il buon Ivo ci siamo fatti una bella sgambata fino al rifugio Dal Piaz partendo da Passo Croce d’Aune, sempre sotto la pioggia e la neve, immersi in una coltre di nebbia che a malapena ti permetteva di vedere a 20-30 metri di distanza. Ma sono sicuro che Ivo saprà descrivere tutto con dovizia di particolari.
Prosit!
Ciolit!