“Dio che non esisti ti prego”

Sembra una provocazione. Una contraddizione nei termini. Ma è una frase, a mio avviso stupenda, di Dino Buzzati, ripresa e utilizzata come titolo nel bellissimo libro di Lucia Bellaspiga, con l’altrettanto significativo sottotitolo “Dino Buzzati, la fatica di credere”.
Non sono certo un bravo recensore, visto che non è il mio mestiere, e tanto meno potrei esserlo in questo caso considerando la faziosità che inevitabilmente andrebbe ad influenzare le mie parole. Adoro Buzzati da sempre. Trovo che il suo lavoro sia quanto di più intelligente la letteratura del Novecento abbia partorito, nelle espressioni brevi (le sue raccolte di racconti hanno qualcosa di straordinario, e che a qualcuno non venga in mente di dire che scrivere un racconto è più facile – più veloce – che scrivere un romanzo; i suoi articoli di giornale incantevoli ed unici), in quelle più estese (i romanzi, da Barnabo delle Montagne a Un amore, uno più bello dell’altro), in quelle più “sperimentali” (le tavole dipinte di Poema a Fumetti).
Il libro di Lucia Bellaspiga analizza un aspetto apparentemente secondario della vita e della produzione letteraria di Buzzati, quello del suo credere in Dio. Secondario perché, essendo Buzzati un non-credente, verrebbe da pensare che la tematica religiosa non avesse molto a che fare con la sua produzione. Apparentemente perché chiunque, anche il lettore meno attento, non può non rimanere colpito dai continui riferimenti dello scrittore bellunese al mondo dell’Aldilà, con la sua continua tensione alla ricerca di un qualcosa di altro, di alto. La ricerca di un Dio che da qualche parte sembra doverci essere. Inevitabilmente.
Il libro prende in analisi solamente gli scritti brevi di Buzzati – i racconti – ed esclude (con alcune eccezioni) anche gli scritti giornalistici.
Si parte con l’individuazione delle metafore del divino, con alcune delle figure più ricorrenti nei racconti di Buzzati: il Columbre, un campanello, una goccia che sale le scale, una figura che appare e scompare nelle anguste vie di un suk, qualcuno che batte alla porta. Qualcuno che – forse – ha un messaggio da consegnarci e che noi – troppo spesso, troppo tardi – non siamo in grado di comprendere, quando forse basterebbe “un’ombra di fede”.
Si passa poi al Presagio di Dio, che “pazientissimo, giorno e notte ci insegue, dove meno si pensa ci attende all’agguato, non ha bisogno di croce o di altari… anche nei vestiboli di marmo sterilizzato che non si possono nominare egli viene a tentarci proponendoci la salvezza dell’anima”. Un Dio sempre presente, anche quando lo si intende come non-presenza, nei racconti di Buzzati. Un Dio verso il quale prova un’attrazione troppo forte per essere taciuta o liquidata con un semplice laicità.
Ci sono il diavolo e il male, nelle loro metafore, a tentare continuamente l’uomo e metterlo di fronte alle proprie scelte. C’è il tempo che passa e che divora, che corre sempre più veloce dell’uomo. C’è la fine del mondo, per tutto il creato, per una sola città, per un solo condominio, per un solo uomo.
E c’è l’Aldilà che, alla fine, ormai minato dalla malattia, attendeva anche Buzzati.
Ci sono fotografie e disegni, schizzi, pagine dei suoi tanti quaderni fittamente scritti con una grafia quasi fanciullesca. Ci sono i ricordi di chi con Buzzati ha lavorato e vissuto, di chi l’ha accompagnato sulle montagne che forse più di ogni altra cosa ha amato.
C’è una poesia, che in sé racchiude il senso di tutto questo:

- Dio che non esisti ti prego
che almeno su questa grande nave
che mi porta via
le cabine siano ben areate
- Ma se non esiste perché lo preghi?
- Non esiste fintantoché io non ci credo
finché continuo a vivere come viviamo tutti
desiderando desiderando
ma se io lo chiamo…
- Troppo tardi
- Per la forza terribile dell’anima mia,
forse vile, trascurabile in sé
però anima nella piena portata del termine,
se io lo chiamo verrà

Consiglio di leggere qualsiasi cosa di Buzzati a chiunque. Consiglio di leggere il libro della Bellaspiga a chi voglia approfondire meglio la conoscenza di Buzzati e di quello che verosimilmente è il tema portante di tutta la sua produzione. Consiglio questo libro in particolare al mio amico Matrix, uomo dalla scaltra e coerente intelligenza che – come me – non può non avere dubbi.
Fabio


7 Comments

  1. Con un pizzico di orgoglio riporto il gentilissimo commento che Lucia Bellaspiga, l’autrice del libro, mi ha inviato:

    “Confesso senza vergogna alcuna di averlo terminato con gli occhi umidi. Splendida la tua disamina, commovente (anche la leggessi trecento volte) la poesia di Buzzati. Sai cosa noto? Quando le persone sono accomunate dall’amore, anzi l’adorazione, per Buzzati, diventano un po’ come una tribù, dei consanguinei, una “società segreta”… Non so come dire, è che ci si sente di colpo tanto vicini, come se ci si capisse di più, tra noi buzzatiani. E ci si vuol bene. Non credo che con altri autori succesa lo stesso, anzi, sono certa di no!
    Quindi ancora grazie per le emozioni che mi hai regalato.”

    Grazie a Lucia, dal sottoscritto

  2. Maria Consiglia

    Ho scoperto Buzzati da poco. Tanti anni fa lessi solo “Il Colombre”, adesso “La boutique del mistero”: mi hanno rapito i racconti in cui c’è Dio e penso che nessun artista moderno abbia dialogato più lucidamente con Lui e, al tempo stesso, con i luoghi comuni e le false certezze che i credenti tiepidi e conformisti hanno prodotto per sentirsi salvi. Sono stata sempre credente, ma ‘cè stato un momento in cui ho voluto e dovuto convertirmi a quella fede cristiana e cattolica che ti strappa dalla vita comune e, pur lasciandoti nel mondo così com’è, ti dà gli occhi per alzare il velo delle certezze illusorie e banali e ti fa sentire come in un racconto di Buzzati. La poesia che ho letto nella recensione mi ha commosso fino alle lacrime. Davvero Buzzati era non credente? Secondo me quando è partito per l’Aldilà, Dio gli ha mandato una bella scorta di angeli: la sua poesia è il più bell’atto di fede che abbia mai letto. Leggerò il libro recensito e lo utilizzerò a scuola, dove mi passano sotto gli occhi tante anime assetate a cui il neopositivismo insegna che non c’è più nessun mistero da svelare. Perché, dicono, “tutto quello che c’è da sapere ce lo abbiamo sotto gli occhi” e quando parli di Dio ti guardano come un’estraneo. Se studio di più posso diventare anch’io una della tribu di Buzzati?

  3. Un commento come questo mi ripaga per le notti insonni dedicate a questo sito.
    Grazie, di cuore.
    E benvenuta nella tribù!

  4. Uno

    Punto primo: il rapporto tra Buzzati e la trascendenza non è per niente “secondario”, bensì centrale in tutta la sua narrativa.
    Punto secondo: Buzzati era un non-credente, ma non per questo un materialista ateo, anzi tutt’altro. Egli, poiché percepiva la realtà come ambigua, misteriosa, strana, capace di cambiare le proprie regole da un momento all’altro, aveva un atteggiamento agnostico nei confronti di tutto ciò che lo circondava: una goccia sale le scale, e perché non potrebbe? Chi lo ha deciso che questo è impossibile?
    Ecco, se una goccia può salire le scale può anche esistere Dio, questo è chiaro, ma di qui a fare di Buzzati una sorta di “credente mancato” ce ne passa.
    Punto terzo: Tentare di apparentare Buzzati alla cultura cattolica è ridicolo. “La cattiva educazione religiosa” la chiama in un’intervista del ‘71… Buzzati era un agnostico di cultura cristiana, ma NON cattolica, in quanto ripudiava il concetto cardine di libero arbitrio. L’uomo non ha merito nè colpa (concetto da lui stesso ribadito almeno tre volte) il bene e il male sono forze metafisiche e impersonali che detrminano le azioni e non il contrario (si dichiarò “assolutamente determinista”), l’aldilà non esiste e tutto il bene e il male fatto (anche senza colpa) si paga tutto sulla Terra e nella Vita
    Quarto e ultimo punto: la goccia che sale le scale non è una metafora del divino!!! La goccia è manifestazione del mistero, assurdo fenomenico, rottura dei rapporti causa-effetto, svolgimento ipotetico e assurdo di una situazione di banalità atto ad instillare il “sospetto”, l’attesa, l’ansia, la paura, la speranza… Dio esiste come la goccia che sale le scale, non c’è un rapporto gerarchico tra Dio e la goccia.

  5. E grazie a Uno per il suo commento, che inoltrerò immediatamente all’autrice del libro.
    Benvenute tutte le critiche e le opinioni discordanti, specie se così ben argomentate. Speriamo che quest’ultimo commento possa dare il la ad un dibattito serio ed intelligente.

  6. toniq

    Aggiungo un dettaglio -forse- interessante. Negli ultimissimi giorni alla Madonnina di Milano, una certa Suor Benedetta, che si occupava di lui, uscendo dalla sua stanza lo aveva salutato dicendogli che stava per andare in cappella a pregare; pare che Buzzati le abbia risposto:”mi ricordi…”



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